Università del Salento, Lecce

Gli effetti economici

IL COVID GIOCA A NASCONDINO: TANA LIBERA TUTTI?

Consigliamo:
🎬 La visione del film “Io sto con la sposa” di Antonio Augugliaro, Khaled Soliman Al Nassiry e Gabriele Del Grande
📚 La lettura del libro “Il cigno nero. Come l’improbabile governa la nostra vita” di Nassim Nicholas Taleb
🎶 L’ascolto della canzone “UE!” di Lorenzo Baglioni

Premettendo che definire economicamente gli effetti di una pandemia – quale quella creata dal Covid-19 – è un’operazione che gli economisti si accingono a fare per la prima volta nella loro vita; noi, in quanto semplici studenti interessati, ci proponiamo di offrire una nostra visione tout-court per quelle che sono le nostre conoscenze, cercando di aggregare i dati delle fonti ufficiali fuoriusciti nell’ultimo mese in funzione teleologica.

Lo shock esogeno causato dal virus è configurato come la conseguenza di un evento di grande impatto, difficile da prevedere e molto raro, definito cigno nero da N.N. Taleb: nel caso italiano lo shock è amplificato in quanto le previsioni di crescita del 2020 erano solo del +0,2% alla fine dello scorso anno. Prima di iniziare con la disamina, infatti, è necessario contestualizzare queste previsioni in uno Stato che, con gli ultimi governi, sembrava sì fuori dall’incubo recessione ma ancora troppo lontano da condizioni di crescita tali da raggiungere, ad esempio, una decisa riduzione del debito pubblico, di bassi livelli di spread tra Btp e Bund – mai sotto ai 100 punti percentuali dal 2010 ad oggi – o quanto meno per scalzare l’ultima posizione dei paesi europei per stime di crescita.

Gli inevitabili DPCM emanati fino ad ora, limitando le libertà civili e sociali per scongiurare un collasso del sistema sanitario, agiscono sia dal lato dell’offerta sia dal lato della domanda: essi sono i fautori di un abbattimento della quantità di consumi e di investimenti privati che si sta producendo in questi giorni.

In termini keynesiani, escludendo dal conteggio per semplicità dialettica sia le congiunture del commercio internazionale sia in un primo momento le fluttuazioni dei mercati, la perdita stimata di quasi 300mila posti di lavoro nei settori turistici, ristorativi e di intrattenimento, oltre a configurare la chiusura di un’enorme quantità di attività, uccide la domanda interna: nella migliore delle ipotesi possibili, qualora a crisi epidemiologica conclusa si ritornasse ad avere livelli di incertezza pari a quelli dell’ultimo trimestre dello scorso anno, ci si troverebbe comunque una domanda aggregata ai minimi storici.

Nonostante nel decreto legge “Cura Italia” – grazie al momentaneo superamento del Patto di stabilità e crescita europeo decretato dalla Commissione UE – il governo abbia già provveduto a stanziare 25 miliardi di euro in debito per fronteggiare la crisi epidemiologico/finanziaria in atto, è palese che non sia sufficiente a placare i danni scaturiti dall’evoluzione sfrenata di questo cigno nero.

Affinché il governo possa aumentare la quantità di denaro in debito, è necessario che la Banca Centrale Europea immetta liquidità nel sistema acquistando i titoli di debito pubblico italiani, scongiurando così un’impennata dei tassi di interesse sugli stessi che, rischierebbero di rendere insolventi le casse pubbliche. Ma, anche in questo caso vivendo nel migliore dei mondi possibili, si ragionerebbe su una condizione inverosimile di stabilità del salario reale ignorando la teoria quantitativa della moneta (PV=MQ) per la quale, come sappiamo, ad un’iniezione di liquidità monetaria senza un susseguente aumento dei PIL nazionali corrisponde un’inevitabile inflazione (si spera non incontrollabile).

Dopo le pungenti dichiarazioni di Christine Lagarde, è inevitabile che le nostre menti nostalgiche rievochino il caro e sempreverde “Whatever it takes” dell’ex Presidente della BCE Mario Draghi che con quel discorso del luglio 2012 era riuscito a placare i mercati e a contenere lo spread ma, questa crisi, sembra quasi fornire un assist involontario al progetto Europa iniziato, ormai, quasi 70 anni fa e che prevede oggi l’istituzione di Eurobond, ovvero dei titoli di Stato comunitari dei quali si torna ciclicamente a parlare quale strumento risolutivo per aggregare la necessità di finanziamento di singoli Stati sotto un’unica bandiera, quella blu a dodici stelle. I medesimi servirebbero infatti a garantire una forma di finanziamento stabile (e di lungo periodo) per le politiche necessarie per contrastare i danni provocati dal Covid – 19.

A fare pressione per l’adozione di tale soluzione sono soprattutto Italia, Francia e Spagna; a fare scudo sono invece i paesi del Nord Europa, Germania compresa. È di dominio pubblico la convinzione per la quale tali investimenti sarebbero sproporzionati verso le necessità dei paesi più colpiti da quest’epidemia, pregiudicando gli interessi dei contribuenti meno colpiti, ma che ora sono chiamati ad una risposta veloce che, se non dovesse arrivare, potrebbe prospettare non solo danni di livello inimmaginabile dal punto di vista economico ma anche il fallimento concreto del concetto di Europa. Tuttavia, resta innegabile che, sia per interesse nazionale sia per interesse elettorale particolare del governo in carica, qualsiasi Stato, per di più se con i conti in ordine, sarebbe indisposto a fare del debito per aiutare un altro Paese.

Il flipper delle opinioni, quindi, non è da ricercarsi tra le dicotomie “Europa buona” – “Europa cattiva” ma sul grado di coesione esistente fra i componenti di un ente comunitario che però, nell’ambito del Consiglio Europeo, prende delle decisioni in base alla somma degli interessi politici nazionali che rispondono ad elettorati nazionali: se in Italia la fiducia all’organo di governo è conferita dal Parlamento (morfologicamente costituito dai rappresentanti del popolo), in Europa la situazione è un po’ diversa.

Se è il Parlamento Europeo che ascolta e approva ogni singolo componente della Commissione Europea, il Consiglio Europeo è un organo absolutus da questo vincolo e di stampo, come già detto, prettamente nazionalista e che lavora per lo più seguendo la linea della maggioranza qualificata: non è forse un po’ troppo ardito, al netto dell’urgenza della situazione, pretendere che questi Eurobond vengano sdoganati così facilmente? Data per certa la condizione per la quale non si può essere che favorevoli all’adozione di una tale misura rivoluzionaria, è doveroso immedesimarsi nei panni di cittadini olandesi o danesi che potrebbero vedere l’IVA impennarsi per via degli Eurobond: basteranno migliaia di morti a fermare il pensiero comune della maggioranza degli esseri umani per cui “un problema è irrilevante finché non me lo ritrovo nel mio giardino”?

 

Noi, in quanto studenti, osserviamo con occhi attenti l’evolversi di questa situazione perché, oltre a ritenere che sia necessario farlo in quanto comuni cittadini, crediamo che questa crisi possa mettere a repentaglio le casse pubbliche che, in virtù dell’ubi maior, nelle prossime manovre finanziarie potrebbero non riuscire ad intervenire adeguatamente nella voce “Fondo di finanziamento ordinario delle università” (FFO).

Crediamo inoltre che l’impatto economico sarà mondiale e che quindi l’Europa – al momento in cui scriviamo il continente più colpito – ha bisogno di compattarsi per poter competere con le altre potenze mondiali che saranno affamate di crescita dopo un periodo di recessione mondiale che non farà di certo sconti a nessuno.